Home » ARGOMENTI » Leopardi e il mito (Francesca Borgogna)

Leopardi e il mito (Francesca Borgogna)

Poeta, filologo, filosofo e quanto altro potremmo dire di uno dei più grandi autori delle letteratura europea dell’ ’800 e di tutti i tempi che si afferma, con la forza dirompente del suo pensiero nuovo

Poeta, filologo, filosofo e quanto altro potremmo dire di uno dei più grandi autori delle letteratura europea dell’ ’800 e di tutti i tempi che si afferma, con la forza dirompente del suo pensiero nuovo, sullo senario letterario aprendo altresì la strada a sistemi filosofici che, in una prospettiva genealogica, come quella di Nietzsche, guarderanno all’uomo e al suo destino  e alla civiltà da questi creata, in un’ottica sino ad allora impensabile in cui la ragione non è sempre un bene per l’uomo, anzi sembra essere la prima causa di infelicità perché attraverso di essa si perde l’originario e inconscio rapporto armonico con la natura .

Leopardi si forma , attraverso quello che egli stesso definisce «studio matto e disperatissimo», sui classici antichi ma non si deforma, nel senso che non perde la sua originalità, anzi proprio a partire da essi costruisce un pensiero fortemente innovativo espresso in una forma altrettanto nuova. Così si impone in maniera autonoma ed originale nel dibattito tra romantici e classicisti addivenendo ad una sintesi che rivela la sua grandezza. Da un lato vi è un liberasi dei vecchi schemi, dall’altro non si dimentica l’insegnamento degli antichi, per produrre una poesia mai sciatta, mai abbandonata al facile sentimentalismo, né tantomeno c’è l’appiattimento su una forma poetica fatta di mera imitazione. Egli infatti  pur mostrando una vasta conoscenza della mitologia antica non ne fa un uso a ricalco del passato; la consapevolezza di ciò è chiara sin dagli esordi giovanili quando l’interesse per il mito si presenta  più come interesse stilistico che non di contenuto. Infatti egli stesso giudicherà, quella che possiamo identificare come la sua unica vera opera mitologica, Inno a Nettuno (1816)  «un’opera  più tosto dell’ingegno che della fantasia». In precedenza Leopardi si era già interessato al mito con La storia dell’astronomia e Saggio sopra gli errori popolari, dove cerca di scardinare le false credenze, nella prima in particolare, intorno all’astrologia o all’«astrolatria» come chiama l’antico culto degli astri.
L’autore a quell’epoca era poco più che un ragazzo, probabilmente a scatenare la sua curiosità per certi fenomeni naturali e il bisogno di scrivere un saggio sulla storia dell’astronomia sono attribuibili a particolari circostanze, nel 1804 vi era stata un’eclissi e nel 1811 egli assiste al passaggio di una cometa.
Nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi allarga l’indagine critica all’arte della divinazione dei pagani mediante la lettura dei fenomeni naturali, eppure è proprio qui che comincia a venir meno il presupposto critico e l’atteggiamento del poeta assume toni nuovi che rivelano una forma di fascinazione che le intricate narrazioni mitologiche esercitano su di lui.  Egli sembra cogliere negli sgomenti degli antichi quegli sgomenti propri dell’età infantile pertanto molte pagine dell’opera sembrano anticipare quelle che saranno le tematiche dello Zibaldone dove verrà ripresa la materia inerente il mito, tematica assai sentita nel dibattito tra neoclassici e romantici.
Egli assumerà una posizione originale esaltando sì i miti, come i classicisti, ma a differenza di essi proponendo una poetica non di imitazione. La mitologia doveva essere espressione di un’armonia con la natura inesorabilmente perduta, che il poeta moderno non può ricercare artificialmente, ricalcando con la sua opera i modelli classici. L’unica forma di poesia consentita ai moderni è quella «sentimentale», che canta il rimpianto e la nostalgia per quella condizione irrecuperabile. Il Leopardi adulto infatti con rimpianto dovrà dare spazio alla consapevolezza razionale che atrofizza l’immaginazione e recide i ponti con la natura e al poeta non resta che cantare la dolorosa disarmonia tra uomo e natura, mentre era tipico dell’ essenza originaria della poesia essere ispirata dal falso cioè dalle illusioni e dalle favole degli antichi «la poesia sentimentale è esclusivamente propria di questo secolo, come la vera e semplice poesia immaginativa fu unicamente ed esclusivamente propria de’ secoli Omerici» (Zib.,   8 marzo 1821), viene appunto sottolineato nello Zibaldone.
Come si può facilmente notare, la prospettiva della Storia dell’Astronomia e del Saggio sopra gli errori popolari è a questo punto, se non negata, sicuramente ribaltata. L’idea che nei tempi antichi gli uomini si accostavano alla natura con un atteggiamento ingenuo e incantato, dominati dall’immaginazione e dalla fantasia, dietro ad ogni fenomeno naturale vedevano la presenza di creature favolose caratterizzate da sentimenti e sembianze umane e che tutto questo si sia andato perduto nel tempo, avvicina Leopardi ai romantici tedeschi e inglesi che all’epoca dibattevano sulla morte, sopravvivenza resurrezione del mito nella poesia moderna. Però mentre con Schiller  si arriva ad ipotizzare, attraverso il sentimento doloroso di perdita e di esilio da una naturalezza perduta, una nuova linfa vitale che produca poesia, Leopardi è molto più perentorio nel decretare la fine di questa affermando : «Poeti erano solo gli antichi, e non sono ora che fanciulli, o giovanetti, e i moderni che hanno questo nome, non sono altro che filosofi»(Zib., 2 luglio 1820)e prosegue mettendo anche se stesso nella schiera dei non poeti avendo perduta la fantasia ed essendo divenuto insensibile alla natura dedicandosi invece alla ragione e al cuore, essendo quindi divenuto filosofo.
La poesia per essere tale deve nutrirsi di miti e illusioni, di un falso di fronte al quale bisogna essere disponibili a credere, venendo meno la capacità di persuasione non sono ripetibili gli effetti positivi di un tempo e l’uso dei miti diviene arido e artificioso. La vera poesia è quindi degli antichi, appartiene alle civiltà umane nel loro stadio primordiale, fanciullesco, e non dei moderni.
I moderni possono recuperare lo stato di grazia perduto solo se sanno ritornare fanciulli, partecipi dell’ignoranza filosofica e della straordinaria energia fantastica degli antichi. A tale proposito Leopardi scrive pagine accorate dove si fanno evidenti gli elementi di dissidio con i romantici e la loro tendenza ad incorporare nella poesia il patrimonio sentimentale e filosofico della civiltà moderna per
rispondere all’esigenza di una poesia che sia  vera e adulta; si fa in lui viva e chiara una nostalgia (anch’essa romantica) per le antiche finzioni, per il mondo delle fantasie fanciullesche, di quel complesso di sogni e illusioni, ai quali il suo intelletto non è più capace di credere ma a cui si aggrappa disperatamente.
Nello Zibaldone ancora si incalza contro l’imitazione della mitologia antica, che era profondamente radicata nella cultura, anche religiosa, di greci e latini, affermando che assumere oggi quelle forme, fingendosi antichi è null’altro che «imitazione da scimmie» (Zib.19 settembre 1823), di contro vi è la constatazione che il mito sia stata la fonte primaria dell’educazione e della civiltà degli antichi, fulgido esempio di ciò era Platone che aveva fatto uso letterario ad alto livello del mito sia pure in un ambito diverso dalla poesia.
Leopardi sembra far suo questo uso letterario del mito nelle Operette Morali raccolta di prose di argomento filosofico. In questa opera egli rielabora il materiale dello Zibaldone organizzandolo in un sistema ma non esponendolo in maniera sistematica. Vengono invece utilizzate una serie di invenzioni fantastiche, miti allegorie, paradossi, apologhi. Molte della Operette Morali, sulla scia delle favole filosofiche illuministe sono una specie di messa inscena delle idee, sono dialoghi, i cui interlocutori sono creature immaginose, personificazioni, personaggi mitici o favolosi (Ercole e Atlante,un folletto e uno gnomo, il mago Malambruno e il diavolo Farfarello, la Natura ed un’anima, la Terra e la Luna,, la moda e la Morte, la Natura ed un Islandese); in altri casi si tratta di personaggi storici mescolati ad esseri bizzarri (Torquato Tasso e il suo Genio Familiare, Federico Ruysch e le sue mummie).
Il tema dominante delle Operette è la polemica contro le concezioni ottimistiche e antropocentriche, il mito e le illusioni, a cui Leopardi contrappone l’infima piccolezza del genere umano rispetto all’universo. La forma immaginosa si adatta perfettamente al procedere del pensiero leopardiano che non si sviluppa in maniera lineare ma per successivi aggiustamenti, scarti, ridefinizioni.
Le invenzioni su cui si basano le Operette sonoestremamente varie e sorprendenti, Leopardi “saccheggia” lo sterminato bagaglio della sua erudizione, dai filosofi classici alla letteratura illuministica, dalla Bibbia ai poeti greci e latini all’astronomia antica e contemporanea, per costruire favola.
Si rivela così nelle Operette un’ambivalenza, da una parte Leopardi denuncia l’immaginazione ma d’altra l’utilizza come mezzo satirico.
La prima operetta dove compaiono miti classici e divinità è, non a caso, la Storia del genere umano. In questa cosmogonia sottoforma di favola, attraverso una contaminazione tra Genesi e mi tratti da Esiodo, Callimaco, Ovidio e Platone, viene narrata una storia dell’umanità divisa in quattro momenti, i primi due rappresentano le fasi preistoriche, cioè antidiluviane, i secondi due le fasi storiche, cioè successive al diluvio universale. L’ umanità, nel suo passaggio dall’ “infanzia” all’ “adolescenza”, cioè da un mondo ove regna una perenne aspettativa di felicità ad un altro dove invece si rivelano le illusioni, è accompagnata da un desiderio amaro di felicità.
La mancata realizzazione delle aspettative infantili spinge l’uomo a esplorare il mondo, ma in questo modo maggiore sarà la disillusione in quanto se ne scoprirà la limitatezza. Queste teorie avvicinano Leopardi a Vico e ancor più a Rousseau nel vagheggiamento dillo stato di natura ma, mentre Rousseau resta fedele al suo ideale di natura benigna, ed ebbe sempre la certezza di poter riportare l’uomo alla primordiale felicità, Leopardi, invece, seguendo il rigore logico del suo pensiero, giunge a distruggere il mito della Natura benigna, per sostituirlo con quello della Natura sfingea, ostile alle creature che essa stessa genera, e ancor di più indifferente alla loro sofferenza, come viene esplicitato nel Dialogo della Natura e di un Islandese: «una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto… di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi…».L’uomo, figlio di una Natura matrigna, destinato alla sofferenza e alla morte, non ha che un solo modo per affermare la sua dignità: guardare in faccia serenamente la realtà e il proprio destino, non aggrapparsi a illusioni, riconoscere la propria miseria, e in questo riconoscimento, trovare una ragione di vita. Perciò, ogni volta che Leopardi pensa al dolore dell’uomo, alla vanità delle illusioni e delle speranze, un senso di pietà lo commuove ed egli piange il triste destino suo e degli altri. Ma se l’uomo è incapace di guardare in faccia la realtà e si culla in vane illusioni, il Leopardi si sforza, anche con spietatezza e ironia, di “chiarirgli” quale sia il suo destino. Queste tesi e questi atteggiamenti si alternano nelle Operette con toni diversi: ora, come nel Dialogo di Atlante ed Ercole con sferzante ironia, ora come nel Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggero, con una cordiale persuasione della vanità delle nostre illusioni, ora come nel Cantico del gallo silvestre con tono grave, solenne, commosso, di chi enuncia verità sofferte e dolorose.
Per esprimere questa sua visione della vita, Leopardi ricorse, come si è detto, a prose satiriche e filosofiche, rifacendosi, in particolare, alle prose di divulgazione filosofica e politica, ivi comprese le opere di Voltaire, ai dialoghi satirici di Platone e Senofonte, nonché e di Luciano di Samosata, forse unico vero grande modello al di là di tutte le sue fonti classiche che egli cita scrupolosamente (Plinio, Laerzio, Diogene, Apollonio,Varrone, Plutarco, Tertulliano, Pausania). Secondo alcuni studiosi, come Emilio Mattioli, possiamo individuare un vero e proprio nucleo lucianeo nelle prime nove operette, quelle riconducibili proprio al mondo della mitologia in modo più specifico(Storia del genere umano, Dialogo d’Ercole e di Atlante, Dialogo della Moda e della Morte, Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi, Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, Dialogo di Malambruno e Farfarello, Dialogo della Natura e di un’Anima, Dialogo della Terra e dellaLuna, La scommessa di Prometeo). Ad esempio Leopardi riprende in maniera evidente alcune immagini dal Timone di Luciano quando utilizza il sonno di Epimenide come metafora dell’ intorpidimento della terra mentre il primo lo aveva usato per rappresentare quello di Zeus. Dall’Elogio della mosca sembra invece derivare la descrizione delle peregrinazioni dell’anima di Ermotimo, mentre il mito di Fetonte sarebbe stato ripreso da Zeus ed Helios, così come deriverebbe dal Caronte l’idea del dialogo di Ercole mandato da Giove a soccorrere Atlante.
L’opera, nonostante la sua varietà, si snoda con rigorosa consequenzialità, con un uso del tutto personale delle fonti più erudite e con uno stile “medio”, che tradizionalmente si conviene agli scritti di natura etico-morale, fatto di un misto di espressioni, a volte anche gergali, tipiche del quotidiano e di preziosi arcaismi caduti da secoli in disuso. Da questa mescolanza viene fuori un risultato bizzarro tra toni aulico-sublimi da una parte e comico grotteschi dall’altra.
Questo mondo immaginario di astrazioni diviene però, paradossalmente, l’osservatorio più adatto per scrutare la vera essenza della realtà da un punto di vista più oggettivo, in cui il pensiero si stacca dalle cose contingenti per assumere una dimensione simbolica universale.
Nella produzione successiva possiamo constatare che Leopardi usa raramente il mito. Possiamo dire che uno solo dei suoi Canti si può definire in maniera propria “mitologico”, ed è un canto alquanto particolare,  per moli aspetti ermetico data la sua complessità, come afferma Lucio Felici, questo è Alla Primavera o delle Favole antiche.
Il canto fu scritto nel gennaio del 1822. Il duplice titolo è in corrispondenza col duplice ordine di sentimenti da cui trae origine il motivo ispiratore: l’ammirazione commossa per la Primavera., giovinezza dell’anno, e il desiderio nostalgico per le favole antiche che rappresentano la giovinezza del genere umano. Questi sentimenti  provengono,l’uno e l’altro, dal culto di cui il Leopardi faceva oggetto in quegli anni la Natura, che getta nel cuore dell’uomo il fecondo seme dell’illusione, unico vero piacere di questa vita. Il canto sembra voler essere la celebrazione delle illusioni, delle quali gli antichi furono tanto più capaci di noi, perché la loro virtù immaginativa non era fiaccata dall’opera nefasta della ragione.
L’autore nel più vasto rimpianto per il favoloso, che fu, include quello più personale per l’adolescenza sua propria poiché anche al suo spirito poté sorridere la visione fantasticamente animata della natura.
In questa canzone, Leopardi alla parola mito preferisce la parola Favole, con l’iniziale maiuscola che va rispettata per la sua funzione simbolica. Favola invece che mito riconduce vichianamente all’etimo di fabula: da fari “parlare”, quindi “comunicare”, “esprimere”, come fa notare Lucio Felici. I miti rappresentano la   capacità di comunicare con la natura. La possibilità che si possa insinuare l’idea di finzione, riferendosi a μύθος e a fabula, diventa inevitabile quando la parola dell’uomo si allontana da quella della natura.
Con il titolo è coerente solo la prima parte del canto, dove viene celebrata la primavera come stagione che infonde alla natura nuovo ardore e nuovo vigore, a tutti gli esseri animati dei boschi ma anche alla luce. Ma poi una domanda, un dubbio ancor più, si insinua, e cioè se quella rinascita potrà mai portare con sé anche «la bella età » del mondo, l’antichità favolosa, tra gli uomini ormai oppressi dalla scoperta del vero, e se tali effetti potranno mai ripercuotersi anche sul gelido cuore del poeta.La fabula mette l’uomo in comunicazione con la Natura, e proprio alla Natura si rivolge Leopardi negli ultimi versi per ristabilire il contatto e il dialogo che la razionalità scientifica sembrava avere interrotto per sempre: «eppure tu vivi, o Natura, e non può non esserci sulla terra, o in cielo o nelle acque degli oceani qualcosa che, vivendo, rompa la tua indifferenza e ci degni almeno di uno sguardo».
In questi versi, accanto ai temi consueti nel pensiero di Leopardi (la consapevolezza del Nulla, la capacità salvifica dell’illusione) ci sembra compaia quello, meno usuale, della innocenza della Natura. L’usignolo, spogliato della carica emotiva attribuitagli dal mito, diventa meno caro agli uomini, ma «di colpa ignudo», come la Natura a cui esso è stato restituito, nascosto in fondo a una valle buia. L’innocenza della Natura carica di enormi responsabilità l’uomo, ma gli lascia aperta la strada per comunicare con lei, per poterla chiamare «vaga», bella. In fondo questa nostra facoltà di fabulare è un suo dono.
  
BIBLIOGRAFIA
G. Leopardi,Operette morali, a cura di O. Besomi, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, 1979
G. Leopardi, Zibaldone, in Tutte le opere, introduzione di Walter Binni, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, vol. secondo, Sansoni Editore, Firenze 1969
E. Mattioli, Leopardi e Luciano, in Aa. Vv., «Il riso Leopardiano. Comico, Satira, parodia» Atti del IX Convegno internazionale di studi leopardiani -  Recanati, 18-22 settembre 1995
N. Sapegno Giacomo Leopardi, in Storia della Letteratura italiana,volume settimo, L’Ottocento, Garzanti 1976
L. Felici, L’Olimpo abbandonato. Leopardi tra « favole antiche» e«disperati affetti», Venezia 2002
G. Vico, Princìpi di scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni, in Opere, Milano 1990.
22/01/2012 18:17 commenti (1)

Edizioni del Poggio

Edizioni del Poggio - NAZARIO D'AMATO

www.edizionidelpoggio.it - Entra nel sito della casa editrice pugliese: per leggere, per informarti, per pubblicare il tuo libro.

NAZARIO D'AMATO

Nino Evola - fotografia d'arte

www.evola.eu

LA VOCE DI VIESTE -LA VOCE DEL GARGANO

LA VOCE DI VIESTE -LA VOCE DEL GARGANO - NAZARIO D'AMATO

www.vocedivieste.org Sfoglia il giornale on line del Gargano,